La fame, il lavoro infantile, l'emigrazione, le guerre insensate, la convivenza tra partigiani e nazifascisti. E poi l'abbandono delle montagne, l'avvento di un nuovo mondo: l'industria, i grandi allevamenti, il turismo che sfigura il paesaggio. Nei racconti dei 270 intervistati da Revelli - i contadini e montanari delle valli cuneesi, i vinti di sempre - scorre una linfa poetica che affiora negli scatti della memoria, con immagini e parole capaci di lasciare il segno. A volte cariche di dolore per le sofferenze e la durezza delle vite passate, a volte cariche di ingenuità. Il ritratto della condizione umana di una minoranza costretta a lasciare il proprio ambiente e i propri modelli di vita diventa lo specchio di una società malata, la denuncia dell'incapacità di ordinare in modo civile trasformazioni epocali che hanno assunto dimensioni drammatiche, dal Veneto alla Calabria.
Nuto Revelli Reihenfolge der Bücher (Chronologisch)






Der verschollene Deutsche
- 196 Seiten
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Nella primavera del '44, un militare tedesco cavallerizzo girava per le campagne di Cuneo, parlando con i bambini e offrendo sigari ai contadini. La leggenda del "tedesco buono" giunge a Nuto Revelli negli anni Settanta, suscitando in lui una profonda curiosità. Chi era questo "cavaliere solitario" e quale fu la sua sorte? Revelli avvia una ricerca, raccogliendo testimonianze orali e superando reticenze per ricostruire la storia. Il primo quadro che emerge è confuso: era un ufficiale, giovane o forse maturo, ucciso dai partigiani o da sbandati, di origine tedesca, ucraina, polacca o cecoslovacca. Comincia così anche la ricerca documentaria, con Revelli che consulta archivi militari in Germania. Dopo otto anni di indagini, il disperso acquista un'identità: un nome, un cognome, un battaglione, una famiglia. Man mano che il nemico prende forma, diventa meno nemico. L'indagine rivela un turbamento latente: l'angoscia per le rappresaglie naziste e il comportamento della popolazione contadina, insieme all'idea di un "tedesco buono", che condivide esperienze simili. Sebbene il valore dell'esperienza partigiana rimanga, la morte di quel nemico diventa simbolo di una tragedia collettiva, mettendo in luce l'assurdità di tutte le guerre.