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Sessantadue figurini di monaci, conservati nel Museo Diocesano di Santo Stefano al Ponte di Firenze, ci conducono nell'affascinante e misterioso mondo degli ordini religiosi. Le normative dei vari Istituti avvertivano (ricordiamo lantichissimo detto) che labito non fa il monaco, ma gli attribuivano anche limportante compito di specificare chi si era e quale ruolo si ricopriva. In alcuni periodi labito assunse un valore che superava la funzione pratica: alcuni ordini lo imponevano anche di notte, altri non permettevano di toglierlo nemmeno durante gravi malattie. Scrive nel 1705 Clemente Pistelli a proposito del fondatore dei chierici regolari minori: non mirò giamai (oltre le mani) parte alcuna del suo corpo ignuda; che perciò dormiva sempre vestito, e bisognandogli talvolta rappezzar le calzette, non le levava dalle gambe, per non lasciarle scoperte, ma sopra di esse le raggiustava al meglio. Lepoca della realizzazione dei sessantadue quadretti è da collocarsi intorno alla prima metà del Settecento. Per consistenza e tema la collezione è una vera rarità e ha spinto gli autori a condurre una meticolosa ricerca durata anni. Oltre allabito religioso in generale e allevoluzione del suo significato storico e sociale, sono trattate le origini dello specifico gruppo di figurini, descrivendo per ognuno di essi lordine religioso, le vesti, gli accessori e mettendo in luce quanto la moda abbia sempre interessato il mondo religioso, per la sua capacità di esprimere concetti simbolici.
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Quando l'abito faceva il monaco, Lara Mercanti, Giovanni Straffi
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- 2006
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- (Hardcover),
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- 29,49 €inkl. MwSt.
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