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Vittorio Feltri

    Quando un uomo. Biografia di Giuseppe Navone
    Tutte le balle su Berlusconi
    Varia saggistica italiana: Chi non legge è perduto. Cosa insegnano i grandi capolavori della letteratura
    Il borghese. La mia vita e i miei incontri da cronista spettinato
    Feltri racconta Feltri
    Il Quarto Reich. Come la Germania ha sottomesso l'Europa
    • Lettere riservate a capi di governo, telefonate segrete e pressioni esercitate da poteri forti al di sopra delle regole democratiche raccontano il ruolo della Germania in Europa all'inizio del secolo. In particolare, la relazione con l'Italia, un partner amichevole e temibile concorrente economico. Vittorio Feltri e Gennaro Sangiuliano delineano un quadro generale di questa dinamica, utilizzando il termine «Quarto Reich» per descrivere la situazione nell'area euro. Negli ultimi dieci anni, grazie alla moneta unica e alla struttura dell'Unione Europea, la Germania ha instaurato un predominio economico e un'egemonia politica. Le leggi del rigore imposte dagli euroburocrati, ispirate da Berlino, hanno privato gli altri Stati membri della sovranità economica, concentrando il potere decisionale nelle mani delle élite comunitarie. Mentre i cittadini tedeschi beneficiano di benessere e crescita, le nazioni del Sud Europa affrontano povertà e disoccupazione, vivendo una crisi economica più grave e prolungata di quella del 1929. Senza un riequilibrio dei rapporti di forza nell'Unione e un riconoscimento delle diverse esigenze statali, la cancelliera Angela Merkel potrebbe essere ricordata per aver realizzato un sogno egemonico tedesco, che nel secolo scorso si era infranto solo a causa di due guerre mondiali.

      Il Quarto Reich. Come la Germania ha sottomesso l'Europa
      3,0
    • Chi l'avrebbe mai detto, alla fine degli anni Cinquanta, che quell'adolescente taciturno e magro come un chiodo, abituato a rintanarsi in biblioteca dopo aver sgobbato tutto il giorno per dare una mano alla famiglia, sarebbe diventato firma di punta dei più prestigiosi quotidiani nazionali, arrivando persino a dirigerne alcuni? Probabilmente nessuno, e forse nemmeno lui, che pure non ha mai smesso di inseguire con passione, tenacia e un pizzico d'incoscienza il sogno di entrare nel mondo della carta stampata, un mondo che fin da piccolo, quando riusciva a malapena a compitare qualche parola, lo aveva incuriosito. Dagli esordi, giovanissimo, all'«Eco di Bergamo», dove si occupava di cinema, sport e cronaca, alla fondazione di «Libero», la creatura che ha fortemente voluto a dispetto dello scetticismo saccente di molti colleghi, Vittorio Feltri ha attraversato oltre cinquant'anni di storia italiana, sempre commentandone gli snodi cruciali dal suo punto di vista di cronista scapigliato, originalissimo e irriverente. Quella che qui racconta è una vita costellata di innumerevoli soddisfazioni professionali ma anche di memorabili incontri con grandi nomi del giornalismo e protagonisti del panorama politico, di ciascuno dei quali ricorda pregi e difetti, schizzandone ritratti ricchi di aneddoti gustosi. Le incursioni di Oriana Fallaci, «dea e tiranna» capace di mettere a soqquadro la redazione di via Solferino, le bizzarre esibizioni canore di Eugenio Montale («era come un usignolo, se aveva voglia di cantare se ne infischiava di tutto e tutti»), le passioni culinarie di Enzo Biagi («mangiava come un assassino di pasta asciutta») o di Amintore Fanfani («cucinava meglio di uno chef stellato») vengono descritte con il tono familiare di una chiacchierata fra amici. Ma poiché, come sostiene il direttore, chi possiede personalità di solito ce l'ha pessima, non sono mancati i rapporti burrascosi: con Indro Montanelli, per esempio, o con Giorgio Bocca, che al momento della morte salutò, lasciando trapelare un po' di malinconia, come «il mio miglior nemico». Senza voler essere una vera e propria autobiografia, Il borghese è un piccolo cammeo, impreziosito da quello stile diretto e implacabile, sempre in bilico tra cinismo e ironia, che ha reso inconfondibile ogni riga uscita dalla penna di Vittorio Feltri.

      Il borghese. La mia vita e i miei incontri da cronista spettinato
    • Dov'eravamo noi, dov'ero io? Com'è possibile che finora non abbia saputo nulla - se non come nome remoto, un'eco di cronaca qualche volta felice, più spesso tragica - di Giuseppe, anzi Giuseppino Navone? Chi leggerà queste pagine, scritte con delicatezza poetica e rigore documentario da Elena D'Ambrogio, si imbatterà in una di quelle figure che gli antropologi chiamano "archetipe". Insomma, trattasi delle colonne che reggono una comunità, le hanno consentito con la loro opera e la loro testimonianza di crescere e poi di reggere ai colpi della Storia, di non arrendersi davanti al male che cerca di sommergerla da ogni parte. Senza questi uomini (e donne) tutto si sfalderebbe. Per questa ragione, in questa epoca dove tutto si liquefa, è opportuno recuperare la memoria dell'essenziale incarnato da personalità di questa caratura morale. Navone è stato, ed è tuttora, invisibile alle uno di quei piloni immarcescibili, di cui non conosciamo neppure l'esistenza, ma che - dopo questo libro, oso sperare - sarà possibile identificare anche da lontano, anzi sarà imperdonabile non sapere chi sia stato e quale debito abbiamo, come italiche genti, verso di lui. Con una caratteristica unica, che si nota da vicino e da una colonna granata, un pilastro torinista… Vittorio Feltri

      Quando un uomo. Biografia di Giuseppe Navone